TRACCIA DI DISCUSSIONE: MANIFESTO DEI VALORI

DA DOVE VENIAMO

1.1 INTORNO A NOI

Incespichiamo nel chiaroscuro, tra le macerie del mondo vecchio. Appena alle nostre spalle una crisi, quella detonata dall’esplosione dei mutui sub-prime nel mercato statunitense, che ha fatto vacillare le fondamenta dell’architettura d’illusioni su cui avevamo edificato speranze individuali e pratiche collettive. Eppure il crollo dell’edificio non ha colpito tutti o, quantomeno, non tutti allo stesso modo.

Per quanto una tendenza immanente verso la crescita delle diseguaglianze sia insita nell’idea stessa del capitalismo liberale, gli attuali livelli di ingiustizia sociale e sperequazioni economiche non possono essere esplicati esclusivamente nei termini di dinamiche derivanti dal progresso tecnologico, dall’organizzazione del lavoro o dalla globalizzazione dei processi produttivi. Esse paiono, piuttosto, dipendere da precise scelte di campo delle classi dirigenti e dei decisori politici, ovvero dalle politiche pubbliche promosse negli ultimi trent’anni e da un diffuso cambiamento, culturale prima che normativo, nel senso comune.  

Nell’Occidente degli anni ‘50 si era diffusa l’idea che la crescita economica avrebbe determinato maggiore ricchezza ed un miglioramento nella qualità della vita per tutte le classi sociali. La teoria della “alta marea che solleva tutte le barche” pareva supportata dai fatti: tra gli anni Cinquanta e Sessanta tutti i Paesi industrializzati progredivano e, all’interno di essi, i più poveri progredivano addirittura più velocemente. Ad un certo punto, tuttavia, quest’idea si sviluppò in un’altra direzione, ben più restrittiva, che sosteneva che politiche economiche regressive (ovvero favorevoli ai più ricchi), in ultima istanza, avrebbero giovato a tutti: le risorse assegnate ai vertici sarebbero, infatti, progressivamente filtrate verso la base. Nulla di più falso, nulla di più ingiusto.

Su un altro versante, gli ultimi trent’anni hanno segnato un deciso cambio d’approccio nei confronti del capitalismo e, di conseguenza, della sua regolamentazione. Si è detto che una tendenza verso una disomogenea ripartizione della ricchezza privata sia immanente nel capitalismo: se gli imprenditori debbono investire risorse ed energie nel proprio progetto imprenditoriale, allora è legittimo che essi detengano il capitale (materiale o immateriale), ossia conservino il potere residuale di assumere le decisioni che ritengano opportune quando lo ritengano opportuno. Dunque, secondo questa logica, la ripartizione del controllo sulle ricchezze non può che essere ontologicamente diseguale. Tale diseguaglianza, tuttavia, trovava un fondamento esclusivamente laddove a detenere il controllo fossero i più meritevoli, ovvero i più capaci a far crescere le imprese e, per estensione, l’intera economia. Questa retorica ha retto durante la parentesi del dopoguerra, ovvero in un contesto in cui non scontata era la collocazione internazionale e la dinamica politica del sistema Istituzionale della nascente Repubblica ed in cui alcuni contrappesi politici lasciavano pendere l’ago della bilancia in favore di una redistribuzione di risorse e potere. In particolare, i movimenti politici e sindacali di massa, nonché il senso comune, incalzavano i capitalisti a dimostrare continuamente di meritarsi l’accumulo di ricchezza (per il contributo dato) ed il controllo di tale ricchezza (per il contributo che avrebbero saputo dare). Questa forma di concorrenza per il possesso del capitale ha spinto a favorire riallocazioni di controllo, la progressività nel computo delle imposte e regolamentazioni relativamente stringenti della concorrenza dei mercati, tutte politiche interpretate quali strumenti liberali di funzionamento del capitalismo. In ultima istanza, questa concorrenzialità consentiva un tendenziale riequilibrio della inclinazione del sistema alla concentrazione delle ricchezze.

Negli ultimi trent’anni, invece, si è registrato un repentino cambio di approccio nella cultura egemone. L’idea che è prevalsa è quella di riconoscere il merito di possedere il capitale a chi già possiede il capitale. In buona sostanza, si proclama il merito ma se ne ignora la verifica. Si trascura, cioè, di riscontrare se il merito di una data accumulazione di ricchezze sia di altri (ad esempio, dei lavoratori retribuiti al di sotto del contributo reso, dello Stato che ha realizzato le infrastrutture necessarie, fornito servizi, erogato sussidi, etc.), se sia stata ottenuta in danno ad altri (ad esempio, attraverso una posizione di monopolio di fatto o attraverso atti illeciti) o, più in generale, se chi controlla la ricchezza – magari avendola semplicemente ereditata – abbia davvero la capacità capitalistica di esercitare questo ruolo o comunque se una differente allocazione di risorse risulterebbe più congrua all’interesse generale. Si è, insomma, passati dall’idea di dover meritare la ricchezza a quella della ricchezza come merito. E, se il teorema è che la ricchezza sia un merito, il naturale corollario non può che essere che la povertà sia una colpa.

La definitiva affermazione di questa cultura, spesso definita patrimonialista, ha avuto esiti devastanti in termini di giustizia sociale. Nel nostro Paese i numeri relativi alla povertà descrivono una situazione ai limiti del collasso. L’Istat, ad esempio, denuncia che dal 2008 tanto la povertà relativa quanto quella assoluta siano quasi triplicate. Nel dettaglio, se nel 2008 la povertà relativa affliggeva circa 3,5 milioni di individui, nel 2019 (ultimo censimento disponibile) gli individui coinvolti diventavano 8,8 milioni. Dunque, il 14,7% della popolazione (21,1% nel Mezzogiorno) non supera una soglia di reddito di circa 600 euro mensili. Sul fronte della povertà assoluta, si è passati dai 2,3 milioni del 2008 ai 4,6 milioni del 2019. In altre parole, circa il 7,7% della popolazione italiana (10,1% nel Mezzogiorno) non dispone della liquidità economica necessaria per accedere al paniere di beni e servizi considerati essenziali per uno standard di vita minimamente dignitoso. Il dato relativo alla povertà minorile pone il nostro Paese alla vetta della triste classifica europea: dal 2011 al 2019 i minori in condizioni di povertà assoluta sono passati da 723 mila ad 1 milione e 137 mila minori, l’11,4% della popolazione minorenne totale (14,8% nel Sud). All’incremento nei livelli di povertà si coniugano, inoltre: la crescita del livello di dispersione scolastica intorno al 15%; la perdita del 25% della capacità produttiva dall’inizio della crisi economica del 2008; l’esplosione della disoccupazione giovanile, assestata intorno al 29,7% (dato 2020); il consolidarsi del precariato come elemento costituente delle relazioni lavorative e sociali, con 4 milioni di working poors ovvero di lavoratici e lavoratori che non riescono a superare la soglia di povertà; 4 milioni di Italiani che, per ragioni economiche, non possono curarsi.

Contestualmente il patrimonio dei più ricchi non faceva che incrementare, alimentando il divario tra vincitori ed esclusi dal modello dominante: secondo il Rapporto Oxfam “Time to care” (2019), nei 20 anni intercorsi tra l’inizio del nuovo millennio e il primo semestre del 2019, le quote di ricchezza nazionale netta detenute dal 10% più ricco degli italiani e dalla metà più povera della popolazione hanno mostrato un andamento estremamente divergente. La quota di ricchezza detenuta dal 10% più ricco è cresciuta del 7,6% mentre la quota della metà più povera degli italiani è lentamente e costantemente scesa, riducendosi complessivamente negli ultimi 20 anni del 36,6 per cento. Oggi il 20% più ricco degli italiani detiene quasi il 70% della ricchezza nazionale, mentre al 60% più povero tocca dividersi appena il 13,3% della ricchezza del Paese. E così, il patrimonio dei primi tre miliardari italiani della lista Forbes risulta superiore alla ricchezza netta detenuta dal 10% più povero della popolazione italiana (37,8 miliardi di euro a fine giugno 2019), circa 6 milioni di persone.

La crisi sin qui descritta non può essere ridotta ad una mera stagnazione economica o al cumulo di cicli negativi nei mercati finanziari globali. È, invece, una crisi che interseca, esacerba e si fonde ad altre crisi: dunque, sì, economica e finanziaria, ma insieme ambientale, energetica, alimentare e migratoria. È il risultato di un ingiusto modello di relazione sociale ed economica degli uomini tra loro, nelle loro organizzazioni e nel loro rapporto con la natura. Il rapporto delle comunità umane con il Creato, in particolare,ha progressivamente assunto il carattere di quello che è stato definito estrattivismo, ovvero l’estrazione, l’uso ed il consumo del maggior quantitativo possibile di risorse senza alcun riguardo per le conseguenze ambientali, per la riproducibilità del bene e per i diritti delle comunità che abitano i luoghi. L’uomo ha sempre alterato una certa quantità di volumi dell’ecosistema ma, in passato, la contaminazione si limitava entro una soglia e con ritmi, per così dire, sostenibili che cioè consentivano la rigenerazione spontanea o, comunque, la conservazione di una quota della vitalità della biosfera. Il quadro è totalmente cambiato da quando l’approccio umano è divenuto industriale, coniugandosi ad una prassi in tutti i comparti produttivi (agricolo, edilizio e urbanistico, turistico, energetico, etc.) del tutto indifferente al fattore natura: i suoli risultano ovunque soffocati dall’asfalto impermeabile su cui sono erette le nostre Città, dalle infrastrutture, le nostre dighe stravolgono i corsi d’acqua, la diffusione delle monocolture e dell’uso intensivo di concimi chimici compromette la biodiversità, le cattedrali minerarie a cielo aperto minano la resilienza dei terreni, solo per citare alcuni esempi. L’esito di tutto questo è stato che, nell’arco di un secolo e mezzo, circa la metà delle terre emerse ha registrato un’alterazione del proprio livello di vitalità naturale e che i suoli improduttivi si stanno allargando a macchia d’olio, grossomodo di 12 milioni di ettari all’anno, incidendo direttamente sulla qualità della vita di un miliardo e mezzo di persone sparse in 168 Paesi (anche se in maniera decisamente più pervasiva nei Paesi a più basso reddito medio).

La Terra esiste all’incirca da 4,6 miliardi di anni. Se li convertissimo in 46 anni, in proporzione, il genere umano sarebbe comparso sul pianeta circa da quattro ore – la rivoluzione industriale sarebbe avvenuta grossomodo un minuto fa – eppure, in così poco tempo, l’uomo avrebbe già distrutto più della metà degli ecosistemi terrestri spontanei e compromesso irrimediabilmente quasi tutti gli altri, lasciando intatti appena il tre per cento degli ecosistemi originali. Questa metafora, contenuta in una nota campagna promossa da GreenPeace USA nel 2012, rende in maniera inconfutabile l’idea di quanto invasivo sia stato, e sia tuttora, l’ingiusto modello di sviluppo che si è progressivamente affermato come vincente. La Terra, tuttavia, non è un patrimonio esclusivo dei vincitori. La Natura non rispetta, perché non riconosce, la legge del profitto, non si lascia imbrigliare nelle regole del mercato.  

Alla fine dei giorni sarà la Natura, e non il mercato, a stabilire chi vince e chi perde.

1.1.1. LA CRISI DELLA SINISTRA EUROPEA E ITALIANA

Negli ultimi 30 anni, però, abbiamo anche assistito al disfacimento della cultura, delle rappresentanze ed organizzazioni politiche che si richiamavano ai valori del socialismo, delle libertà, delle uguaglianze e della solidarietà. È maturata l’idea secondo cui il governo “dell’irreversibile processo” di globalizzazione economica, finanziaria e tecnologica, dello “sviluppo illimitato”, poteva essere esercitato “solo” con le categorie proprie della cultura di mercato e del liberismo. In sostanza, da quel momento, è cominciato un processo, politico e culturale, per il quale si è rinunciato ad esercitare una “funzione critica” del sistema, a ricercare ed elaborare una visione alternativa del governo globale. In quegli anni, le principali forze della sinistra, europea ed italiana, hanno cominciato ad elaborare presunte teorie sul governo della modernità fondate, sostanzialmente, sul presupposto di un arretramento sempre più consistente del ruolo dello Stato nella società e nell’economia. Da qui, per quanto ci riguarda, la dismissione di attività produttive ed industriali, la privatizzazione delle principali funzioni statali (sanità, formazione, giustizia, trasporti), la deregolamentazione del lavoro, il subordinare l’interesse pubblico, come per esempio la tutela ambientale, agli investimenti privati.

Tale processo, coinciso in larga parte con la crisi della socialdemocrazia, ha investito anche il nostro Paese e il quadro politico italiano e ha portato ad inseguire la prospettiva per cui compito della sinistra dovesse essere quello di provare a governare tale processo per renderlo almeno socialmente più sopportabile. In questo quadro si registra, peraltro, l’adesione acritica e il sostegno ai vincoli di Maastricht o la modifica dell’art.81 della Costituzione riguardante l’obbligo di pareggio di bilancio. Nello stesso tempo, però, tutte le forze politiche che erano rimaste nella cultura della sinistra radicale si sono rinchiuse in un alveo identitario, a tratti incomprensibilmente elitario ed autoreferenziale, con la conseguenza di una evidente irrilevanza politica e culturale.

Crediamo di dover saper rispondere al bisogno e alla necessità di ricercare, elaborare, condividere, promuovere l’idea di un mondo diverso che, perciò stesso, non può che partire da una critica razionale di quello esistente. A cominciare, per esempio, dall’idea di una nuova Europa, anche perché consapevoli che, almeno nel breve termine, l’unione continentale deve diventare un irrinunciabile strumento di progresso.  

È imprescindibile, perciò, contribuire alla costruzione di una sinistra che conduca una battaglia culturale e politica contro l’affermarsi dei rigurgiti fascisti, razzisti, xenofobi, reazionari ed egoistici cui siamo costretti ad assistere, e che si faccia paladina della democrazia nella forma consacrata dalla nostra Costituzione repubblicana ed antifascista.

1.2 QUI

A partire dall’insediamento del grande comparto industriale, la Città di Pomigliano d’Arco ha storicamente rappresentato un’avanguardia per la Sinistra nel Mezzogiorno d’Italia. Il cosmo dentro i cancelli delle Fabbriche ha intessuto con la comunità che lo lambiva un rapporto dialogico, di reciproco condizionamento, che ha prodotto una cultura della solidarietà e della partecipazione pubblica tale da rendere difficilmente distinguibili i confini tra l’uno e l’altra. Dove finiva la Città iniziavano le Industrie, e viceversa. Chi stava fuori sognava di (e si batteva per) entrare dentro. Chi stava dentro si sapeva protagonista del mondo fuori. Pomigliano era Città operaia non per il numero di metalmeccanici iscritti all’anagrafe, quanto per vocazione civile e culturale. Le aspirazioni individuali si coniugavano all’interesse comune, al punto che l’Operaio sognava per il figlio un futuro da ingegnere non tanto per la maggiore remunerazione economica, quanto per il maggior contributo al processo produttivo, per il surplus di valore aggiunto al bene prodotto e, per estensione, alla Comunità che lo produceva. Ed intorno ad una tal etica del lavoro la conurbazione urbana si sviluppava e prendevano corpo le organizzazioni collettive, politiche e sociali. La musica popolare si consolidava come linguaggio comune, insieme baldanzoso e politico, di rivendicazione e di denuncia e nacchere e tammorre trasmettevano da una generazione all’altra, con fierezza e ironia, i codici di un mondo semplice ma giusto.

Le esperienze di governo delle amministrazioni progressiste degli anni ‘90, con i limiti che caratterizzano tutte le cose dell’uomo, segnano un decisivo balzo in avanti nella qualità dei servizi erogati, nella quantità delle aree verdi e nello sviluppo delle infrastrutture locali. Quegli anni disegnano il perimetro ed il profilo della Città che conosciamo e complementano, da un punto di vista spaziale ed urbanistico, l’identità civile e culturale che la Comunità si era attribuita nel corso degli anni.

Questo modello di Comunità ha resistito alle pulsioni patrimonialiste ed individualistiche che, intanto, imperversavano intorno ad essa. Tuttavia, una Città non è un’isola. 

La crisi del comparto industriale ha reciso il cordone ombelicale con il vecchio mondo. La vittoria del al referendum indetto nello stabilimento FIAT per confermare l’accordo siglato tra l’azienda ed alcune sigle sindacali, in particolare, ne segna il definitivo spartiacque. Da quel momento in poi il destino delle grandi Fabbriche (e dei lavoratori che “grandi” le avevano rese) e quello degli individui residenti nella Città che le ospita si slegano ed iniziano a percorrere strade divergenti. L’idea stessa di una Comunità che sia una cede sotto i colpi della cultura del profitto imperante. Ognuno per sé, il mercato per tutti.

Si afferma un’idea di sviluppo della Città, di cui l’edilizia speculativa e la movida sregolata rappresentano la punta di diamante, assolutamente predatoria: un modello che collettivizza i costi (economici ma anche sociali ed ambientali) e privatizza i ricavi. La centralità politica dei potentati economici e dei consorzi di potere si va via via allargando a discapito delle organizzazioni collettive e diventa prevalente sull’interesse generale. I figli degli Operai smettono di sognare di progettare aerei e automobili. Il mondo nuovo, ed il suo senso comune, li ha convinti che benessere è uguale a consumo e che esistano strade ben più rapide del sacrificio per poter consumare di più. Che un uomo vale ciò che possiede, e loro desiderano di possedere più dei loro genitori. Cosi convincono le famiglie ad investire i risparmi di una vita in attività che generino profitto e che importa, in fondo, se non producano alcun valore. Purtroppo la favola del mercato che valorizza creatività e talento non sempre s’avvera, e basta una folata di vento forte a spezzare i rami nuovi e piccoli. Sempre in piedi e sempre verdi, invece, esclusivamente chi forte lo era già in partenza o chi beneficia di una rendita di posizione assegnatagli dal potentato di turno. E così qui il mercato libero si traduce nel monopolio, di fatto, dei fortunati. E da queste parti, la fortuna, più che incontrarla, s’eredita.

Il discorso pubblico, specchio di una società disarticolata e polarizzata, si imbarbarisce e la partecipazione politica si fa sempre più scarna e sospinta da ragioni di interesse individuale o consorziale.  

Da avanguardia del mutualismo, Pomigliano si trasforma in laboratorio primario di nuove soggettualità politiche, sorte cavalcando l’onda della legittima indignazione e frustrazione sociale. Alla prova dei fatti, tuttavia, questi nuovi attori sulla scena politica riveleranno il loro scopo preminente: non contestare un modello collettivamente ingiusto di società, quanto piuttosto includere qualche categoria addizionale di “io” nel novero dei privilegiati.

DOVE ANDIAMO

Rinascita è un movimento politico nato per perseguire la giustizia sociale, i diritti e l’uguaglianza, la giustizia ambientale, la tutela dei beni comuni e del patrimonio pubblico, l’etica pubblica e la partecipazione, la giustizia globale.

Riteniamo che per costruire una pratica politica autenticamente nuova occorra partire dall’organizzazione di movimenti di base nei luoghi ove l’ingiustizia si produce. Perché la radicalità senza il radicamento non è politica, ma polemica.

La storia recente ha dimostrato quanto inefficaci risultino i processi di edificazione dall’alto, c.d. top-down, delle organizzazioni della Sinistra. Per elaborare giuste proposte di sistema e grandi decisioni pubbliche, invece, occorre partire dalle esperienze concrete nei territori e sui micro-livelli. La riorganizzazione di un fronte genuinamente popolare e progressista passa attraverso l’impegno delle donne e degli uomini della periferia, spaziale e ideale, e dal ruolo assegnato agli esclusi.

Dunque, al fine di fare la nostra parte per correggere le storture del mondo, abbiamo deciso di iniziare dalla nostra Comunità. È il rovescio del paradigma particolarista del sovranismo moderno, che si prodiga – su mandato dei primi – di persuadere i penultimi a cercare negli ultimi le responsabilità del peggioramento della loro condizione. Noi, invece, intendiamo rivolgerci: ai primi, in termini di reddito e ricchezza, per convincerli che ridurre le diseguaglianze è giusto e, spesso, conveniente per il benessere generale e che ciò richiede di intervenire sul privilegio a livello micro e sulle regole macro del capitalismo (pre-redistribuzione); ai ceti medi, operai e delle aree periferiche e interne, che hanno visto peggiorare le proprie condizioni, per convincerli che il loro benessere non passa per la costruzione di muri e per il protezionismo ma per una svolta nelle politiche e per un recupero dei loro rapporti di forza; agli ultimi e ai penultimi, per persuaderli a non cadere nella trappola di una guerra fra poveri e ad avere fiducia e farsi parte attiva del cambiamento.

2.1 GIUSTIZIA SOCIALE

Nel corso degli ultimi decenni la risposta al crescente aumento del livello delle diseguaglianze è stata la criminalizzazione o la colpevolizzazione della povertà e del disagio, finendo questo processo inevitabilmente per marginalizzare in via ulteriore fenomeni e situazioni di esclusione. L’ingiustizia sociale e la percezione della sua ineluttabilità sono all’origine di sentimenti di rabbia, sfiducia e della dinamica autoritaria in atto. Oggi l’ingiustizia coinvolge tutte le dimensioni del nostro vivere: quella economica e del lavoro, quella sociale, quella del consumo (di beni primari, credito e assicurazioni, mobilità, servizi digitali), quella dell’informazione e dell’accesso ai saperi.

Sortirne insieme, farsi carico di chi è rimasto indietro, perseguire la giustizia sociale devono costituire la spinta e le ragioni dell’impegno politico, tanto a livello urbano quanto in contesti differenti e più ampi. Ciò rappresenterebbe la leva per una nuova stagione di emancipazione.

Per giustizia sociale intendiamo la capacità di ciascuno di fare le cose alle quali assegna un valore e di non compromettere la possibilità delle future generazioni di avere la stessa o più libertà.

Essa significa accesso al lavoro e al reddito, dunque creare le condizioni affinché tutti possano vivere dignitosamente e realizzare le proprie aspirazioni, senza ostacoli, anzi fornendo a ciascuno gli strumenti necessari per poterli eliminare. I lavoratori, i disoccupati, le donne, i giovani sono, ancora oggi, la parte più debole della società, quella che più sta patendo la crisi, quella più esposta alle disuguaglianze e ad un futuro precario. Riteniamo irrinunciabile l’obiettivo di riorganizzare una rappresentanza, sociale, culturale e politica, di questa parte di società, perché questo è un modo per declinare una forma di solidarietà civica. Ma anche perché le battaglie di cambiamento, per vincerle, necessitano di una larga base di consenso e di partecipazione. Individuiamo due linee direttrice fondamentali: la tutela del lavoro e dei lavoratori (reintroduzione dei diritti e di nuove forme di tutela, a cominciare dall’abolizione di leggi ingiuste come il Job’s Act e dall’elaborazione di un nuovo “Statuto del Lavoro e dei Lavoratori”, tutela personale e delle forme di rappresentanza sindacale, adeguamento salariale alla quantità e qualità del lavoro prestato, tutela della salute e della sicurezza, previdenza sociale); proporre prospettive occupazionali stabili e dignitose. E qui torna in campo la funzione dello Stato o, meglio, del governo politico di processi economici, sociali e culturali. Si tratta, in sostanza, di immaginare una nuova Politica Industriale, nel senso più ampio del termine, la quale abbia inoltre la capacità di coniugare l’innovazione con la difesa dei diritti e della dignità dei lavoratori e delle lavoratici.

Riteniamo la giustizia sociale declinabile come accesso ai servizi fondamentali, sanità e cure mediche, assistenza e servizi sociali, acqua, energia, mobilità, internet, che pertanto devono essere sottratti a processi di privatizzazione ed alla logica predatoria del profitto.

Giustizia sociale vuol dire garantire a tutti l’accesso alla casa. In Italia le politiche abitative sono incentrate su sgravi fiscali e accesso al credito, piuttosto che su investimenti in edilizia popolare. Con la crisi, il valore dei patrimoni immobiliari è all’incirca triplicato, il numero di affittuari è raddoppiato, mentre l’ammontare dei canoni di locazione risulta considerevolmente aumentato. Non può più essere lasciato al mercato il compito di provvedere al diritto all’abitare. Crediamo si debbano compiere investimenti per la costruzione o la ristrutturazione del patrimonio pubblico edilizio e si debba regolare il mercato degli affitti in modo da tener conto delle necessità e delle disponibilità reddituali delle famiglie. In questo le Città sono e dovranno essere investite da una responsabilità significativa.

La giustizia sociale è la sfida per il rilancio del Mezzogiorno, ove la lotta a povertà, diseguaglianze, sfruttamento, poteri criminali, illegalità e decrescita assume, più che in altre aree del Paese, rilievo emergenziale. Non è più possibile accettare l’allucinante egoismo della c.d. “Autonomia Differenziata” e delle altre politiche che hanno pesantemente svantaggiato il sud Italia, considerando anche che la crescita del Paese è fortemente condizionata dal rilancio economico, sociale e culturale del suo Mezzogiorno. Occorre così lavorare nella direzione di affermare una nuova e capace classe dirigente, attirare consistenti investimenti in sanità, trasporti, infrastrutture, industria, formazione i quali richiedono capacità progettuale e di spesa e lotta a fenomeni di corruzione.

La giustizia sociale è il libero ed equo accesso ai saperi, alla cultura, allo sport ed all’informazione, senza che le diseguaglianze urbane – quelle tra chi nasce al centro o in periferia, tra chi proviene da ceti agiati o ceti deboli – impediscano l’emancipazione personale, la possibilità di costruirsi futuro e prospettive, l’accesso ad opportunità e stimoli. Nel nostro Paese e nella nostra Città questa forma di ingiustizia si manifesta già nei primi e decisivi anni di vita, prosegue con tassi assai elevati di dispersione scolastica, culmina con una quota assolutamente modesta di giovani che concludono gli studi universitari, come se le condizioni socio-economiche di partenza ostacolassero qualsiasi chance di autodeterminazione.  Riteniamo, dunque, abbiano carattere prioritario politiche ed investimenti in inclusione sociale, diritto allo studio e sostegno all’istruzione, lotta al digital divide, contrasto alle diseguaglianze educative ed alla povertà educativa. Occuparsi del futuro e garantire ad ognuno le medesime possibilità è per noi lo strumento più efficace per realizzare una società più giusta.

Il nostro orizzonte di senso è quello di promuovere e costruire, partendo dal contesto locale, un modello di società aperta ed inclusiva e che si organizza non attorno al profitto bensì al valore della solidarietà.

2.2 DIRITTI E GIUSTIZIA GLOBALE

I diritti, in quanto libertà e prerogative attribuite a ciascuno e garantite in maniera inviolabile, costituiscono il collante delle Comunità, l’elemento che tiene insieme tutti senza distinzioni di genere ed orientamento sessuale, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali, e che pone al riparo da discriminazioni e forme di prevaricazione.

Difendere i diritti non è soltanto l’impegno per la tutela di quelli esistenti, bensì anche la battaglia per estenderne garanzie e categorie e per l’affermazione di quelli che non ricevono pieno riconoscimento.

La società del nostro tempo è ingiusta nella misura in cui esclude intere categorie dal godimento di diritti – e quindi discrimina sulla base del Paese di provenienza, del genere e dell’orientamento sessuale – o sacrifica i diritti umani sull’altare del profitto e di interessi di natura economica.

Per questo riteniamo:

  • Che i diritti umani, la più grande conquista del mondo moderno dopo gli orrori del fascismo, del nazismo e del secondo conflitto mondiale, vadano protetti e tutelati ogni giorno ed in ogni situazione, anche a costo di assumere posizioni sconvenienti.
  • Che le vite dei migranti che fuggono da guerre, repressioni, torture, minacce di morte e povertà vadano salvaguardate, che l’accoglienza e l’integrazione costituiscano un dovere, che la provenienza, il colore della pelle o la fede religiosa non possano segnare né compromettere il destino di un essere umano.
  • Che l’omofobia, la bifobia e la transfobia vadano sconfitte educando e riconoscendo pieni ed eguali diritti alle comunità LGBTQI+.
  • Che il femminismo sia non un’ideologia di alcune ma un patrimonio comune. Che la battaglia contro la violenza di genere e di coppia, per la libertà sessuale, per i diritti sessuali e riproduttivi, contro la prostituzione e la tratta di donne a scopi di sfruttamento sessuale, per la parità di genere, le pari opportunità e la parità salariale debba coinvolgere la società nel suo insieme.

2.3 GIUSTIZIA AMBIENTALE

Rinascita si batte per perseguire la Giustizia Ambientale. Per lungo tempo è stata radicata l’opinione secondo cui per affrontare la questione ambientale, le comunità umane avrebbero dovuto superare le proprie divisioni, anche politiche. I movimenti ecologisti, di fatto, solevano collocarsi al di sopra delle tradizionali partizioni della politica, come la destra e la sinistra. L’idea prevalente era che la crisi ambientale affliggesse tutti gli esseri umani allo stesso modo e, dunque, di fronte all’esigenza di tutelare l’ambiente non esistessero classi, razze o interessi particolari ma fosse necessaria esclusivamente la cooperazione del genere umano in quanto tale. Anche la natura, invece, è un campo di battaglia.

I dati sull’incidenza dell’aumento delle malattie cancerogene et similia, sono effettivamente preoccupanti. Dobbiamo farci interpreti di lotte per bonificare e controllare i nostri territori.  

Diseguaglianze socio-economiche e crisi ambientali rappresentano due fenomeni che si intrecciano e si alimentano reciprocamente: le diseguaglianze incentivano il deterioramento ambientale a monte e generano ingiustizia ambientale a valle, dove il prodotto della crisi non si ripartisce in modo omogeneo tra ricchi e poveri, tra territori forti e territori fragili.

La prospettiva della giustizia ambientale, dunque, si estrinseca non come ambientalismo neutro ma come un approccio progressista alla questione ambientale e climatica. Questa idea si declina in due direzioni: una equa distribuzione del rischio ambientale e politiche di transizione energetica che tengano debitamente in conto le esigenze dei ceti marginali e che producano per loro un immediato vantaggio.

Occorrono misure che, realizzando gli obiettivi di sostenibilità, garantiscano la progressività e perseguano l’uguaglianza sostanziale, e non esclusivamente formale. Una carbon tax equanimemente applicata, ad esempio, graverebbe molto di più su quei nuclei che dedicano a quella spesa le più alte quote del bilancio familiare, come coloro i quali vivono le periferie urbane o rurali o quanti sono costretti all’utilizzo quotidiano dell’automobile per inefficienze del sistema di trasporto pubblico. La principale politica in materia ecologica del Paese, infatti, è consistita nei bonus di detrazione fiscale per l’efficientamento energetico degli edifici e per il fotovoltaico che, però, non ha coinvolto minimamente i nuclei familiari più poveri (circa 8 milioni di individui), i quali non sostenendo adeguati oneri fiscali, non hanno potuto giovarsi delle detrazioni. Un politico e ambientalista illuminato, Alexander Langer, già nel 1994 avvertiva che “la conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile”.

Le ultime categorie di reddito ed i più incipienti rappresentano i gruppi più esposti alla crisi climatico-ambientali, tanto per le zone che tendono ad abitare, quanto per il fatto che, essendo privi di adeguate risorse, una volta colpiti incontrano maggiori difficoltà a reagire e recuperare le perdite. Tuttavia, se le implicazioni nel breve e medio termine delle politiche ambientali risulteranno per questi individui relativamente peggiori rispetto ad altri, non sarà certo sufficiente la promessa dei benefici futuri della transizione ecologica a rendere digeribile il processo. Diventa, dunque, indispensabile che alle politiche di decarbonizzazione si associ un immediato vantaggio per i ceti più vulnerabili.

Si è detto che la relazione tra degrado ambientale e disagio sociale è biunivoca. Sui più indigenti, infatti, la compromissione della salubrità ambientale grava in maniera maggiore per diverse ragioni: per le aree che si ritrovano ad occupare, perché riscontrano maggiore difficoltà di accesso ai meccanismi di prevenzione, perché non dotati dei capitali necessari alla riconversione energetica delle proprie abitazioni o perché costretti ad utilizzare mezzi di trasporto privati. I costi del degrado ambientali, tra l’altro, sono di fatto scontati due volte da queste categorie di individui: oltre ad i danni diretti, infatti, i costi della riqualificazione gravano sulla spesa pubblica e riducono la disponibilità per il welfare di cui potrebbero giovarsi, innescando un ulteriore circolo vizioso tra degrado ambientale e povertà. Guardando all’altra direzione di questa relazione biunivoca, anche le sperequazioni socio-economiche incrementano il deterioramento dell’ambiente: basta osservare lo stato delle periferie in cui non esiste cura per il patrimonio comune né cognizione dei rischi (ad esempio, per l’abbandono o la combustione di rifiuti). Le diseguaglianze socio-economiche, infatti, scoraggiano i cittadini ad occuparsi del territorio in cui vivono. La povertà educativa, l’inacessibilità dei servizi pubblici e sanitari, rendono decisamente più complessa la cognizione dei propri diritti e spingono gli individui nella direzione dell’illegalità.

Uno sviluppo rapido ed inclusivo e politiche redistributive possono prevenire molti degli impatti del cambiamento climatico sulla povertà, rappresentando dunque, oltre che misure di giustizia sociale, la più efficace politica di adattamento alle crisi ambientali.

2.4 BENI COMUNI

In maniera pressoché generalizzata gli spazi pubblici hanno subito, nel corso degli anni ed in maniera preponderante durante gli ultimi decenni, processi di privatizzazione tali da rendere i luoghi urbani appannaggio e strumento non di chi li vive ma di investitori che perseguono logiche speculatorie e che dall’utilizzo distorto dei beni comuni traggono benefici di carattere economico.

Piazze, strade, scuole, piste ciclabili, parchi e tutte le altre tipologie di strutture pubbliche sono state oggetto di un processo regressivo, tanto da un punto di vista del loro significato quanto da quello delle possibilità di accesso: svuotati della loro identità, sottratti a una fruizione collettiva, sostituiti nelle loro funzioni da luoghi del consumo. La privatizzazione degli spazi pubblici diventa la rappresentazione concreta della frantumazione dell’identità urbana e del suo cedimento al valore di scambio in sfregio ad un uso comunitario ed orizzontale. Siffatta logica, insieme alla gentrificazione ed agli interventi di cementificazione, è in grado di determinare trasformazioni del tessuto sociale e culturale delle Città, al contempo favorendo fenomeni di emarginazione e di esclusione.

Prima della de-industrializzazione che l’ha investita, il modello di sviluppo di Pomigliano d’Arco riusciva a redistribuire ricchezza e valore nei confronti di tutta la comunità – della quale ciascuno poteva sentirsi parte attiva ed integrante -, di fatto contribuendo al suo progresso che non era soltanto di natura economica. La crisi delle fabbriche e del comparto automobilistico e dell’aerospazio ha imposto l’individuazione di nuove e diverse prospettive di sviluppo, all’oggi identificabili con un tipo di vocazione che è in larga parte commerciale. Ciò ha determinato la nascita di tante comunità all’interno di una comunità più ampia, ognuna delle quali incapace di generare valore collettivo poiché fondate su profitto e logiche individualistiche. Mentre accadeva questo, i beni comuni, le aree verdi, il patrimonio immobiliare, ove non condannati a fenomeni di degrado e abbandono, subivano processi di privatizzazione o di sottoposizione ad interessi elitari o del mercato speculativo. L’origine di forme di diseguaglianze urbane è da rinvenirsi proprio in questo passaggio.

Crediamo che i beni comuni, così definiti poiché concepiti come spazi di fruizione ed impiego collettivo, costituiscano il patrimonio materiale e immateriale delle comunità, luoghi che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona. Sono a titolarità diffusa, appartengono a tutti ed a nessuno, nel senso che tutti devono poter accedere ad essi senza che nessuno possa vantare pretese esclusive.

I beni comuni rappresentano uno strumento di progresso, di uguaglianza e di redistribuzione all’interno dei contesti urbani. Tutelarli, sottrarli ad un utilizzo privatistico, contrastare fenomeni di abbandono, individuare nuovi spazi di impego diffuso, destinarli ad attività e progetti in grado di produrre un impatto positivo sulla vita delle persone è in grado di garantire crescita e sviluppo sociale e culturale delle comunità e di generare inclusione.

Riteniamo questa prospettiva la chiave di volta per riempire di contenuto il professato “diritto alla città” – ossia il diritto degli abitanti di accedere fisicamente, occupare ed usare lo spazio urbano – e segnare così una strada lungo la definizione di una alternativa al modello competitivo ed al regime di diseguaglianza che connota oggi la Città globale.

2.5 ETICA PUBBLICA E PARTECIPAZIONE

Etica, moralità e legalità costituiscono il faro della nostra azione, punto di partenza e di approdo del nostro modo di concepire l’impegno pubblico.

Dal 1991 al 2021 sono stati emanati complessivamente 574 decreti di scioglimento di amministrazioni locali per infiltrazioni mafiose (di cui 111 in Regione Campania). Numeri enormi che testimoniano il grado di influenza e di pervasività della criminalità organizzata nei governi delle Città e che ne condizionano il relativo sviluppo.

Condanne e scandali di corruzione che coinvolgono amministratori e decisori politici affollano le pagine dei giornali ed il dibattito pubblico, contribuendo a generare un diffuso sentimento di sfiducia che conduce ad un progressivo abbandono dell’impegno e della passione politica.

Clientelismo e lottizzazioni spesso paralizzano la qualità dell’attività amministrativa e di governo, sono il segnale dell’arroganza e della prepotenza del potere e segnano la prevalenza di micro-interessi, personali o di piccoli gruppi, rispetto all’interesse collettivo.

Trasparenza e moralità dell’azione politica rappresentano l’antidoto per prevenire e contrastare siffatte degenerazioni, stimolare la partecipazione e la cittadinanza attiva e riavvicinare le persone alle istituzioni.

Praticare la legalità, intraprendere una capillare azione all’interno della società volta all’educazione civica ed al recupero di situazioni di emarginazione e di esclusione può offrire un fondamentale contributo nella lotta ai poteri criminali.

Etica pubblica, per noi, significa perseguire principi di legalità e di lealtà. Vuol dire integrità ed indipendenza, dunque libertà da condizionamenti diretti o indiretti, imparzialità, responsabilità, impiego delle risorse e del bene pubblico secondo correttezza e trasparenza, divieto di accettare o praticare influenze indebite. Riteniamo si estrinsechi nel rifiuto di forme di conflitto di interesse o al pari di clientelismo, in quanto alcun interesse particolare o di singoli gruppi può avere la prevalenza sull’interesse generale.

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FEMMINISMO

 “L’emancipazione femminile è un fattore decisivo nella costruzione di una vita qualitativamente migliore”. Con questa frase il filosofo Herbet Marcuse (1898-1979) tracciava una linea di progresso ma soprattutto rivendicava il ruolo della donna come membro attivo e libero nella società. Rinascita, attraverso il suo manifesto, abbraccia il Femminismo inteso come movimento che sostiene la parità di diritti e opportunità per le donne in quanto individui liberi e indipendenti, opponendosi alla concezione tradizionale della stessa come subalterna all’uomo e cristallizzata nel ruolo di madre e moglie. Il movimento femminista ha impiantato le sue radici nell’800, ma ancora non siamo pronti a dichiarare pienamente la raccolta dei suoi frutti.

LA STORIA

Le prime avvisaglie nascono sotto la scia degli ideali di fraternità, eguaglianza e libertà, che risalgono al clima della Rivoluzione francese. La prima fu Olympe de Gouges (1748-1793) che scrisse ‘Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina’ nel 1791, documento nel quale si invocava per la prima volta l’uguaglianza giuridica e legale tra donne e uomini. Tuttavia il movimento nacque ufficialmente nel 1848 –  anno dello storico Congresso sui diritti delle donne – a New York, mentre in altri convegni ancora filosofi e scienziati dibattevano sul sottosviluppo del cervello femminile e dei neri africani rispetto agli uomini bianchi.

In Italia, la marcia verso i diritti e le pari opportunità è iniziata più tardi e avanzata lentamente. È soltanto grazie al lavoro della repubblicana e mazziniana Anna Maria Mozzoni (1837-1920) che nella Penisola si comincia ad affrontare finalmente un tema già caldo in Europa. Mise in luce le contraddizioni che la società (e il Parlamento) riservava alla donna, “angelo del focolare” a parole, sfruttata e sottopagata di fatto. Avanzò 198 richieste – una cosa inaudita per quei tempi – tra le quali diritto di voto, accesso all’istruzione e separazione dei beni. Ottenne, infine, solo l’abrogazione dell’autorizzazione maritale che impediva alle mogli anche di autorealizzarsi nell’ambito del lavoro. Nel 1874, le donne furono ammesse in licei, ginnasi e università.

Nel 1869, nel Regno Unito nacque il movimento femminile delle suffragette, che rivendicava il diritto  di voto riservato solo a una porzione di uomini. In seguito ad anni di lotte, nel 1918 il Parlamento accolse la richiesta limitandola però alle sole mogli dei capifamiglia con certi requisiti di età (sopra i 30 anni). Dopo dieci anni il diritto fu esteso a tutte le donne. Nel frattempo, nell’Italia fascista la libertà della donna veniva fortemente limitata: le insegnanti furono escluse dalle cattedre di Lettere e Filosofia,  le tasse scolastiche per le studentesse raddoppiarono e le mansioni lavorative circoscritte in specifici ambiti. Un barlume di luce inizia a vedersi dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando Palmiro Togliatti e Alcide de Gasperi – alla guida rispettivamente di PCI e DC – emanarono il decreto legislativo grazie al quale le donne italiane hanno conquistato il diritto al voto (1945), esercitato per la prima volta il 2 giugno 1946 per il referendum che scacciò la Monarchia e accolse la Repubblica.

IL FEMMINISMO NEL 2021: CE N’È ANCORA BISOGNO?

Uno dei temi suoi quali si dibatte nell’ultimo decennio, soprattutto nella compagine femminile, è sul significato del Femminismo e se sia ancora il caso di parlare di Femminismo. Se per la prima quaestio ci atteniamo al significato originale, intrinseco nelle radici della sua nascita, la risposta per la seconda è certamente sì. Il movimento nato sulla spinta di rivendicazione di pari diritti e opportunità tra i due generi ancora oggi non trova soluzione nella pratica. Dunque si sottolinea il concetto di PARITÀ, ben diversa da quella di ‘superiorità’ secondo cui volgarmente viene associata all’accezione di Femminismo. Oggi il dibattito si è spinto oltre a quelli che sono i diritti – ancora calpestati e minati anche in nazioni e regioni continentali avanzate – ma quello che è la sfera culturale secondo cui è inserita la DONNA, la quale a più riprese è ancora vittima del ‘Virgo, vidua et mater’ cioè “vergine, vedova e madre”, ruoli femminili imposti dalla società nel Medioevo. Inoltre, non meno importante da sottolineare, per DONNA si intende non solo la persona nata biologicamente come tale ma anche colei nata in un corpo che non ha riconosciuto come suo.

I PRINCIPI

Il principio è chiaro quanto non scontato: DONNE E UOMINI DEVONO AVERE PARI DIRITTI, OPPORTUNITÀ, DOVERI E MANSONI LAVORATIVE IN BASE A MERITI E CAPACITÀ. Sebbene il mondo occidentale abbia fatto dei passi in avanti nel riconoscere pari diritti e dignità alla donna, queste vengono spesso calpestate allo stesso modo in cui è stato fatto per decenni ma con mezzi certamente più moderni e anche più subdoli, talvolta senza suscitare indignazione perché è ancora culturalmente accettato e definita nella ‘normalità’.

La posizione di Rinascita è netta: ogni DONNA è libera, indipendente e unica. Deve essere sganciata dall’idea secondo cui è tale solo nelle forme di figlia, mamma, moglie, pura. Ad una donna deve essere consentito di vivere la vita liberamente, senza che possa trovarsi nella condizione in cui debba scegliere di autorealizzarsi nel lavoro o nella famiglia. Probabilmente è anche questo uno dei motivi per cui ancora oggi ci sono pochissime donne che ricoprono ruoli di leadership pubblica o aziendale. In Italia, ad esempio, non si è mai preso neanche in considerazione una figura femminile per il ruolo di Presidente del Consiglio o Presidente della Repubblica. Nel privato, invece, la remunerazione economica ha una sperequazione ancora troppo ampia. Differenze evidenti anche nello sport, come nel calcio italiano: addirittura solo nella stagione 2022-2023 avremmo giocatrici di Serie A professioniste.

Le recenti cronache del nostro Paese hanno evidenziato ancora una volta la differenza di giudizio tra uomo e donna difronte allo stesso scenario, dove è sempre quest’ultima a pagare il prezzo più caro. Ancora oggi non viene accettata l’idea che una donna possa avere una sessualità libera o una bisessualità. I crimini di femminicidio, violenza fisica e psicologica sono ancora temi attualissimi molto più quotidiani di quanto media e classe politica riescano a raccontare e contrastare. Gli abusi e i ricatti sessuali sono ancora pratiche diffuse e potenziate dall’eco della rete.

OBIETTIVI

La cultura maschilista, conservatrice e di matrice cattolica può essere eliminata con le armi dell’istruzione e del potere legislativo. Lo Stato deve battersi affinché venga tutelata la libertà d’azione e di espressione della donna, la sua autonomia e autorealizzazione nel lavoro e non. Per il futuro si disegni una situazione in cui le Istituzioni possano mettere in condizione la donna di adempiere ai suoi diritti e doveri al pari di quanto venga già riconosciuto all’uomo, preservando le leggi e le battaglie vinte negli anni (es, aborto e divorzio).

In un’epoca, questa, in cui la propaganda strumentalizza ed utilizza la battaglia sulla condizione della donna per trarne consensi, con le multinazionali che ne approfittano per incrementare i propri profitti e la politica che getta fumo negli occhi con il sistema delle quote rosa mentre periodicamente e sistematicamente minaccia diritti e conquiste fondamentali, avvertiamo la necessità di muoverci più velocemente di quanto non facciano le leggi e di fare più rumore sul piano della coscienza. Parità di diritti ed opportunità; educazione alla considerazione, al rispetto ed alla valorizzazione della donna e delle diversità tutte, in un’ottica di femminismo intersezionale. Un taglio netto e definitivo alle radici del modello educativo di stampo patriarcale, il quale oggi rappresenta la causa di molti dei limiti della coscienza umana che la terza ondata del femminismo fatica ad abbattere. Liberarsi di un simile fardello, recuperare il controllo della propria coscienza costituisce una priorità. Anni di vessazioni e negazioni di diritti fondamentali hanno prodotto danni non quantificabili, nei confronti delle donne e della società nella sua interezza, ostacolandone il progresso civile, sociale ed intellettuale. La battaglia per questo obiettivo risulta per noi prioritaria e va necessariamente accolta, difesa e portata avanti in maniera collettiva, favorendo il superamento definitivo di logiche che ostacolano la libera espressione dell’individuo e ne impediscano la piena realizzazione in relazione ai differenti aspetti della vita.

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